PICCOLA NOTA DI METODO

Anteo è l’insieme delle persone che ogni giorno lavorano per far funzionare al meglio i servizi rivolti a persone che vivono varie forme di fragilità. In questo spazio, incontriamo storie, esperienze di lavoro e quindi di vita, che alcuni Colleghi generosamente mettono in comune con tutti noi. Questi testi nascono da interviste condotte secondo una postura narrativa: in primo piano, il sentire dell’intervistato, scelte ed emozioni, episodi significativi, riflessioni dall’interno di un ruolo che è sempre ben più di un abito che avvolge un corpo. Non troverete un’alternanza fra domande e risposte: le domande sono semplici stimoli che si sciolgono nel racconto dell’intervistato, nella compiutezza che esso restituisce. Siamo dunque a leggere le tracce permanenti che ha lasciato ogni incontro di intervista, ogni intreccio di sguardi accaduto in uno spazio e in un tempo definiti.

PAZIENTEMENTE COINVOLGERE

Conversazione con un’Assistente Familiare

Gli occhi di Ionela, sopra la mascherina, sono verdi e quieti, la voce rotta da un po’ di imbarazzo nei primi istanti del nostro incontro. Prima che i racconti prendano la scena, trasportandoci insieme in scenari certo non facili. Ionela fa la “badante” o, per meglio dire, l’Assistente Familiare.

Anteo è impegnata da oltre 20 anni in una delle sfide che il mondo della cura pone, presto o tardi, a ciascuno di noi: offrire ai nostri anziani un servizio adeguato alle loro esigenze personali e individualissime. Spesso si rendono opportune soluzioni che consentano alla persona anziana di continuare a vivere presso la sua abitazione, con l’aiuto di figure di supporto in grado di facilitare la quotidianità. L’attività di Anteo, ci spiega Silva Gubernati, referente per i servizi di Assistenza Familiare, consiste in colloqui di selezione per Assistenti Familiari, colloqui conoscitivi con le famiglie per capire le esigenze e valutarle; segue l’incontro (matching) tra famiglia e assistente familiare; anche la contrattualizzazione, che fa capo direttamente all’assistito, viene seguita da Anteo (CCNL Lavoratori Domestici). La cooperativa “Volare a”, del Gruppo Anteo, gestisce le pratiche amministrative relativa alla remunerazione di tali figure e agli aspetti contributivi.

Pazientemente coinvolgere: questo mi sembra il segreto di Ionela, forse il segreto che condivide con tutte le sue colleghe, chiamate a quel compito altissimo (perché nobile e complesso) che si chiama Cura.

Sommario

  1. Gli inizi di una passione
  2. Coraggio e dolcezza
  3. Osservare per conoscere
  4. Solitudini che si alleano
  5. Collutorio o limoncello
  6. Complessità: fra ostacoli e segni di gratitudine
  7. Fino alla fine
  8. Le radici di un talento

Gli inizi di una passione

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Ho 32 anni e faccio questo lavoro stabilmente dal 2016. Sono rumena. Ho 3 figli, di 11, 9 e 7 anni; vivo con loro e il mio compagno. In Italia sono venuta per la prima volta nel 2007; ero rimasta circa un anno. Mi era rimasta nel cuore. Il primo incarico, allora, era stata una sostituzione: avevo a disposizione una settimana o due. Mi ero fatta scrivere come si pronunciavano le parole di uso comune che potevano servirmi: padella, tavolo… Per riuscire a capire la persona… Così, in pochi giorni ho dovuto imparare lo stretto necessario: la lingua mi è piaciuta subito molto! Tornata in Romania, guardavo trasmissioni televisive in Italiano, per non dimenticare quello che avevo appreso. Ho sempre pensato che mi sarebbe piaciuto tornare, in particolare a Biella, che mi aveva affascinata: mi avevano colpita i giardini Zumaglini, perché vedevo gli anziani che passeggiavano, sorridenti, ed era tutto molto tranquillo anche di sera.

Quando sono tornata in Italia, nel 2013, ho cominciato a lavorare nel bar del mio compagno, insieme a lui. Mi piaceva stare con la gente, ma sentivo che non era il mio lavoro. Ho conosciuto Silva [Silva Gubernati, referente Anteo Servizi Assistenza Familiare] quando sono andata a fare un colloquio presso Anteo e poi ho cominciato a lavorare, prima con piccoli incarichi, poi sempre più con continuità. Poi ho preso anche la patente! L’ho presa ad agosto 2016, apposta per questo lavoro, perché serve muoversi in autonomia da una casa all’altra. L’ho presa in fretta, in alcuni mesi. A marzo avevo già superato l’esame di teoria, ma all’esame pratico l’istruttrice mi ha bocciata: ricordo il suo nome e il posto in cui mi ha bocciata, anche le sue parole. Mi sono anche uscite le lacrime. La seconda volta, invece, è andata benissimo, e quasi non ci credevo di averla conquistata! Alle 11 di sera facevo i quiz, ne avrò fatti 300-400 a casa da sola, per esercitarmi… Imparavo a memoria anche gli errori che facevo, per non ripeterli!

In questo momento seguo cinque persone collocate in vari paesi del Biellese. Mi devo spostare molto, sono tanti chilometri al giorno ma è piacevole, tutti hanno comportamenti diversi fra loro, sei sempre attiva, non hai tempo neanche per la stanchezza. Quella arriva solo alla sera, a casa.

Tutti i giorni ho il mio programma degli spostamenti. Con ognuno sto una o due ore, dipende da che cosa devo fare. Mi è capitato spesso di seguire utenti del Servizio Sociale, lavorando quindi anche a contatto con OSS e assistenti sociali e prendendomi cura degli utenti coordinandomi con loro. All’inizio, gli assistenti sociali o i familiari mi spiegano di che cosa c’è bisogno, e io mi organizzo. Per esempio preparo colazione e pranzo (durante il periodo di chiusura per il Covid, anche per chi prima frequentava il Centro Diurno), preparo le medicine, mi occupo delle piccole medicazioni, dell’igiene personale, della pulizia della casa, stirare, ecc.

Coraggio e dolcezza

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In Romania abitavo in città, ma ho sempre preferito la campagna, perché non mi piace essere in primo piano, sulla scena… Anche a scuola ero timida. Mi sento coraggiosa, ma mettermi davanti agli altri mi fa sentire a disagio.

Nel mio lavoro può essere necessario, il coraggio: se la persona ha bisogno, non mi tiro indietro. Se per esempio ha delle ferite un po’ profonde, collaboro con le figure di assistenza sanitaria per intervenire e dare sollievo. Ho seguito un signore di più di 80 anni che di giorno frequenta un Centro Diurno; aveva delle ulcere piuttosto delicate da medicare; quando andavo a prenderlo, verso sera, controllavo la fasciatura e se non era stata cambiata sollecitavo quell’intervento da parte del personale. In queste situazioni, prendo coraggio e chiedo.

Per un altro signore, un giorno, avevo preparato il pasto; mi sono allontanata per prendere le medicine e portargliele (erano in un “nascondiglio”, perché gliele davo sempre io, altrimenti faceva pasticci). Ho sentito un colpo: era caduto per terra per una crisi epilettica. Ho chiamato subito l’ambulanza e ho spiegato che cos’era successo. L’ho portato al Pronto Soccorso. Dovevo andare da altri anziani, ho avvisato lui e i medici che sarei tornata a fine giornata. L’ho ritrovato in difficoltà, forse non era riuscito a spiegarsi, a far capire i suoi bisogni. Così ho raccontato quello che era successo, facendomi interprete di questa persona fragile. L’hanno ricoverato e curato al meglio, riconoscendo qual era il suo problema.

Ci sono anche momenti delicati, come il bagno. Tante persone si vergognano, soprattutto gli uomini. Anche da parte mia all’inizio ero un po’ frenata, ma poi mi sono resa conto che sono persone che hanno bisogno. Questo devo vedere e vedo. Bisogna darsi fiducia a vicenda, farli sentire a loro agio, non trasmettere disagio. Mentre li lavo, chiacchiero per distrarli oppure li faccio cantare, raccontare… Non si pensa più “io femmina”, “io maschio”… Quando c’è anche del dolore, è più delicato.

Una signora, per esempio, essendo incontinente, aveva sempre delle lesioni e a volte piangeva mentre la lavavo, urlava; allora cercavo di farla ridere, le dicevo che i vicini potevano pensare che io fossi cattiva, allora giocavamo un po’ con questo scherzo… Piano piano si fa tutto, sai che lo fai per il loro bene. Un po’ di paura c’è, all’inizio, di procurare dolore, di non fare le cose perfette, ma poi passa…. Devi farti coraggio e fare quello che devi fare, per il loro bene.

Mi ha insegnato tutto Silva: è stata il mio mentore. In ogni situazione, quando la affronto per la prima volta, chiamo lei per un consiglio: lei mi spiega, mi dice che cosa fare. All’inizio, per esempio, me la prendevo per i dispetti che alcuni mi facevano: “io gli offro tanto amore e tanta amicizia…”, mi dicevo… Invece poi ho capito che loro sono utenti, non parenti; così ho imparato a dare affetto, ma a non lasciare che le persone se ne approfittino. Ho imparato con l’esperienza.

Osservare per conoscere

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Io osservo molto, nel mio lavoro. Se non vedo le persone che seguo per un po’ di tempo, magari per ferie o altro, noto se dimagriscono, noto per esempio se portano la cintura mentre prima non era necessario indossarla.

Le persone che assisto si fidano di me perché sanno che faccio le cose per il loro bene. Non è scontato, non è sempre chiaro da subito. Bisogna costruire per arrivarci. Di solito, i primi due giorni faccio lo stretto necessario e sembra quasi che non faccia niente. Invece osservo, analizzo la persona, vedo come si comporta, come reagisce nelle varie situazioni, che cosa le piace e che cosa non le piace. Così, piano piano, ci si abitua a vicenda e si possono fare le cose come si devono fare. Così funziona sempre. Tante volte mi capisco meglio con l’anziano che con i suoi familiari: si crea sintonia. Basta costruirla.

Pazientemente coinvolgere… Un signore, per esempio, era un radioamatore e raccoglieva un sacco di oggetti, computer… aveva la casa piena, tanto che la porta di entrata si apriva solo in parte, dovevi entrare di traverso. La prima volta in cui mi ha visto, la persona che lo seguiva prima di me mi ha detto di lasciare tutto come vedevo altrimenti lui si sarebbe arrabbiato. Io l’ho analizzato, ho cercato di capire com’era e come pensava… Poi, pian piano, ho cercato di migliorare le cose senza sconvolgere le sue abitudini. Aveva delle meraviglie sommerse nell’immondizia: francobolli rari, monete.

Con il pretesto che avevo visto pezzi molto belli, gli ho proposto di riordinare tutto, di mettere a posto quegli oggetti speciali. Così, piano piano, un po’ per volta, abbiamo pulito tutta la casa. Non si era mai sposato, aveva solo cugini e nipoti. Dopo qualche tempo, questi familiari sono venuti a trovarlo e sono rimasti stupiti: non si è mai potuti entrare aprendo la porta per bene!, hanno detto subito. Ho capito che era importante coinvolgerlo nelle scelte.

Si è costruito un rapporto di rispetto. E anche divertente: lui era basso di statura e diceva che io ero troppo alta, altrimenti mi avrebbe sposata; io gli dicevo che ero già sposata e scherzavamo sul tema dell’altezza…. C’era confidenza, c’era il gusto di fare le cose insieme. Aveva delle foto di donne nude appiccicate in cucina; le guardava per ricordarsi com’erano le donne. Un giorno mi ha detto: “se ti danno fastidio, le tolgo”. Io gli ho risposto: “la casa è tua, io non abito qui; tienile pure, a me non danno fastidio”. Da quella sua domanda ho capito che si preoccupava per me, che non voleva urtare la mia sensibilità.

Solitudini che si alleano

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Sono rimasta senza mamma quando avevo 10 anni e quindi mi sono sempre legata alle persone più grandi di me. Per me non sono utenti, ma familiari, anche se ho imparato che è importante mantenere il mio ruolo. Ma ci si lega con vero affetto, reciprocamente, diventando una specie di famiglia.

I miei suoceri sono come genitori per me. Si è presa cura di me mia sorella: ha 3 anni più di me, mia ha fatto da mamma, papà, sorella, tutto.

Ora sto valutando di frequentare il corso per diventare OSS. Perché se lavori nelle Case di Riposo ti occupi di tanti anziani che non hanno proprio nessuno, soli, senza familiari. In tante situazioni, se non ci sono io, ci sono i figli, ma quando una persona non ha nessuno, è seguita solo dai servizi sociali… Gli anziani non si possono lasciare così soli. Se mi chiamano, io vado.

Pazientemente coinvolgere… La prima persona di cui mi sono occupata era una signora di 66 anni; non aveva più né genitori né figli, era una persona un po’ difficile… Aveva tante patologie, era arrivata a dover prendere 17 pastiglie al giorno. All’inizio mi faceva dei dispetti, ma poi si è legata a me e non voleva nessun altro. È nata l’amicizia perché anch’io ero sola, anche se io ho la mia famiglia. La solitudine ci ha avvicinate. Facevo le pulizie di casa, mi occupavo della sua igiene personale, le facevo da mangiare: aveva anche un tumore allo stomaco, alla fine non mangiava quasi niente, mezzo yogurt al giorno.

L’ho accudita per tre anni e ogni anno che passava festeggiavamo per una specie di nostro anniversario. Anche del mio compleanno si ricordava sempre. Da dispettosa, è diventata molto affettuosa. Si è resa conto che poteva avere fiducia in me, che se aveva bisogno poteva contare su di me. Capitava che mi chiamasse per dirmi che era caduta, per esempio; la accompagnavo all’ospedale e aspettavo con lei che venisse visitata, anche se non era il mio orario di lavoro, perché avevo scoperto che, se la lasciavo sola in attesa, dopo un po’ si autodimetteva.

Una volta, per esempio, aveva voluto spaventare me e gli assistenti sociali: si era fatta dei tagli sulle braccia, non erano profondi, sembravano graffi di gatto; ma ho insistito per portarla in ospedale. Era domenica, non potevo fermarmi, ma le ho detto che sarei tornata per riaccompagnarla. Mi ha chiamata dopo 3 ore ma non l’avevano visitata. Mi sono fermata con lei, insistendo perché aspettasse il suo turno, spiegandole che l’attesa era dovuta alla presenza di altri pazienti; alla fine è stata ricoverata e ha capito il mio comportamento. Lo facevo per il suo bene e l’ha capito.

Anche un’altra signora che ho assistito aveva comportamenti difficili. I suoi vicini una mattina mi hanno chiamata, erano le 4 e mezza, perché aveva buttato tutti i vestiti nel corridoio, nelle scale del palazzo. Allora sono andata, ho ritirato tutto, l’ho tranquillizzata, ho chiamato l’ambulanza… Mi sarei dovuta riposare, a quell’ora, ma una persona non ha nessuno non posso lasciarla lì, così…

Collutorio o limoncello?

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Pazientemente coinvolgere… Per me è importante che i “miei” anziani si divertano, che ridano. È importante tenerli allegri, sorridenti. Allora scherzo spesso, condividiamo delle battute, chiedo loro di raccontarmi gli episodi che so che raccontano più volentieri, anche quando li ho già sentiti tante volte. Per esempio le storie di quando lavoravano, le storie su quello che hanno costruito nella vita.

Anche in questo modo trovo quello che cerco, cioè i “punti sensibili”, quelli che aiutano per esempio a far prendere loro le medicine; allora scherzo dicendo che se non le prendono dovrò chiamare la figlia più severa per avvertirla, oppure gioco dicendo che per cancellare il sapore del collutorio ci toccherà bere un sorso di limoncello. Perché so che magari a quella persona piace tante e so che capisce che stiamo scherzando: sta al gioco.

Complessità: fra ostacoli e segni di gratitudine

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Pazientemente coinvolgere… Tante pensano che questo lavoro sia semplice. Io credo che si debba “averlo nel sangue”. Con le persone anziane devi avere tre volte riguardo: hanno la loro età, la loro esperienza, spesso sono testarde, resistono ai cambiamenti… E arrivi tu, giovane, e vuoi dire come si fanno le cose. Così capita che loro non facciano quello che dovrebbero e ti prendono anche in antipatia. Si deve avere pazienza, spiegare tutto con calma, motivando tutto.

Ai miei primi incarichi, un signore non voleva prendere una bustina per regolarizzare l’intestino e mi ha ingannata rovesciando il bicchiere nel lavandino mentre mi ero allontanata un paio di minuti. Allora gli ho ricordato che di recente era stato all’ospedale per un problema di emorroidi se non avesse preso la bustina per andare di corpo avrebbe rischiato di tornare in ospedale, mentre per me non sarebbe cambiato niente: era qualcosa da fare per il suo bene, non per un mio interesse.

Spesso non basta spiegare una volta: vai avanti per settimane, magari mesi. Ogni volta che doveva prenderla, mi sedevo al tavolo con lui e lo facevo chiacchierare, poi un goccio dopo l’altro beveva; “bevilo tu”, diceva, e io “no, grazie, io sono astemia”, scherzavo. Devi farli sentire importanti, devi far capire che sono scelta loro per il loro stesso bene. Se ti vuoi imporre non ottieni niente, si irrigidiscono e oppongono resistenza. Bisogna far percepire che sei al loro fianco per aiutarli, soprattutto per le cose spiacevoli o dolorose.

Ho sempre avuto pazienza. Ricordo una utente che aveva problemi di salute mentale. La prima volta che le ho parlato m sono un po’ spaventata, perché faceva discorsi molto strani, poi mi sono abituata. Doveva andare a un Centro Diurno, ma non voleva e quindi faceva di tutto perché non la preparassi per andare, al mattino. Le mettevo una calza e, mentre le infilavo l’altra, si toglieva la prima. E così via. Ho dovuto dire al figlio che ogni volta vestirla era un’impresa. Un giorno non riuscivo proprio. Non voglio mai essere brusca, perché sono persone anziane che spesso non fanno con intenzione i dispetti. Il figlio invece avrebbe voluto che fossi più brusca e decisa. Non mi sento a mio agio a comportarmi così e anche quel figlio ha capito le mie intenzioni, quando ne abbiamo parlato.

I dialoghi hanno tante forme. Un signore che non ha tanta memoria, per esempio, scrive: ogni tanto, trovo dei bigliettini che scrive per me, per farmi sentire il suo grazie, con il cuore. Quando vado via va, va alla finestra e bussa sul vetro finestra per salutarmi e quando torno al pomeriggio mi aspetta alla porta.

Ti senti bene quando ti chiamano mentre sei in ferie, per esempio, quando vogliono che torni anche se non sei indispensabile perché c’è la sostituta. Ti senti importante perché la gente ti vuole bene.

Una signora piccola, 40 chili, di quasi 90 anni, con dei problemi mentali, insulta e graffia spesso; spostandola, dovevo stringere un po’ di più, per non sentire i graffi e controllare meglio i movimenti. Il mio graffio non è importante, passa più rapidamente del male che può farsi lei se non la tengo nel modo giusto.

Anche quando sono a casa in ferie ci penso, mi chiedo come stanno; alcuni figli mi chiamano per chiedermi informazioni sulle abitudini, sui ritmi, le preferenze, perché ormai le conosco più io.

Fino alla fine

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Pazientemente coinvolgere… Una signora è stata a casa fino all’ultimo. Non voleva cure. Il medico ha chiesto che fosse ricoverata in hospice. Quando la lavavo, sentivo le masse tumorali. Parlavo con i medici che venivano a casa per concordare che cosa fosse meglio fare, nelle pratiche di tutti i giorni, e lei a volte si irritava per questo. Ma io le spiegavo che lo facevo perché le volevo bene. Mi sono resa conto che, nella sua condizione di fragilità, voleva comunque decidere della sua vita, anche nei piccoli aspetti quotidiani.

Io la ascoltavo. Così con me accettava le cose: sentiva l’affetto e la coinvolgevo nelle scelte, spiegando, chiedendo che cosa ne pensava. La OSS, un giorno, ha portato il letto a manovella e l’ha sistemato in camera, cambiando tutta la disposizione: era necessario farlo. Quattro ore di lavoro in tre. Il mattino dopo, però, la signora avrebbe voluto che le rimettessimo tutto come prima. Allora abbiamo concordato con lei la soluzione. È importante procedere così, lasciare loro uno spazio per manifestare la loro volontà. Anche per le pratiche burocratiche, per esempio in banca: bisogna dare fiducia, coinvolgere, spiegare….

Quella signora è poi stata ricoverata in Casa di Riposo, dove ha ricevuto le cure palliative. Nonostante la morfina, quando sono andata a trovarla mi ha riconosciuta: siamo riuscite a salutarci. Sono dovuto andare a casa sua a prendere gli abiti per l’ultima vestizione e portarglieli. Sapevo qual era la sua gonna preferita… Ma non sono andata a vederla, dopo: io aiuto in tutto finché sono le persone vive, perché vedere i morti mi fa paura.

Le radici di un talento

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Prima di trasferirmi a Biella, vivevo a Siret, una cittadina di confine, vicina all’Ucraina. Sono cresciuta lì. Mia mamma aiutava sempre le persone: dopo che aiuti una persona ti senti bene dentro, diceva. Alle persone che bussavano alla nostra porta e non avevamo da mangiare non dava mai i soldi perché, diceva, non si sa mai come li spendono; ma li invitava tutti in casa, a mangiare con noi. A chi aveva freddo dava vestiti.

Lei era la mamma di tutti. Anche i giovani del condominio, sui 17-20 anni, quando uscivano con gli amici prima di tornare a casa passavano da casa nostra per salutarla e mangiare qualcosa. Questo ricordo mi piace. Quando aiuto qualcuno, sto meglio con me stessa. Non sono perfetta ma così so che non faccio solo errori, che faccio anche cose buone. I miei figli mi somigliano, in questo: dico sempre che bisogna aiutare gli altri, difendersi quando è necessario, ma non attaccare mai. Sono molto protettiva: i miei figli e i miei anziani non li deve toccare nessuno. Perché sono persone indifese.

Da piccola volevo fare la dottoressa: aver cura degli altri. Non avendo avuto la possibilità di farlo, ho scelto questa strada. Anche se non fai l’università puoi aiutare le persone lo stesso.

In futuro mi vedo sempre in questo ruolo oppure in ruoli simili. Facendo la OSS, per esempio, hai più sicurezze ancora: hai sempre qualcuno da aiutare! A me piace aiutare. Soprattutto le persone sole. È un lavoro, certo, ma non solo: fa sentire bene dentro. Come diceva mia mamma.